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In tutto il mondo si celebra il Venerdì santo, giorno "dello scandalo e della follia della croce"

2020-04-10
In tutto il mondo si celebra il Venerdì santo, giorno

Padre Aldo Magni, rettore del Santuario dedicato a san Camillo de Lellis, ci introduce al significato del Venerdì santo, "lo scandalo e la follia della croce"

Nella solenne liturgia vespertina del Venerdì santo secondo il nostro rito ambrosiano, dopo la proclamazione della passione e morte di Cristo, la croce viene presentata tre volte al popolo con queste parole: Ecco il legno della croce al quale fu appeso colui che è la salvezza del mondo. Anche in questa breve antifona, come in molti altri testi liturgici del venerdì santo, c'è qualcosa di paradossale, di inaccettabile per il cosiddetto buon senso umano con la sua logica così immediata ed evidente: come è possibile, infatti, che la salvezza del mondo provenga a noi da un uomo appeso a un patibolo?

A questa domanda rispondono le parole dell’apostolo Paolo che, nella sua prima lettera ai Corinzi, così si esprime: «Cristo crocefisso è scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani, ma per chi crede è potenza, sapienza di Dio!» (1Cor 1,23-24). San Paolo sembra individuare, davanti alla croce di Cristo, due atteggiamenti da parte dell'uomo tesi a rifiutarla, a neutralizzarla: innanzitutto lo scandalo e poi il considerarla stoltezza e follia.

Di fronte alla croce può esservi innanzitutto lo scandalo. Fu il caso degli antichi Giudei che restarono delusi nelle loro aspettative: si attendevano un messia forte e potente, capace di annientare il dominatore romano e di ridare la libertà politica al popolo ebraico, e invece si trovano davanti a una croce, e croce è sinonimo di morte, di sofferenza, di sconfitta e di umiliazione. E allora si scandalizzano, rifiutano cioè di credere che la salvezza, la vita, la libertà passino attraverso le sofferenze di un uomo, anche se quest'uomo ha dichiarato di essere il Figlio di Dio! Ebbene, l'uomo di sempre, anche o forse soprattutto l'uomo d'oggi, ritrova in fondo al proprio cuore un po' di questo atteggiamento degli antichi Giudei: lo scandalo di fronte alla croce, lo scandalo che si concretizza nel rifiutare, nel ribellarsi all'idea che la nostra salvezza passi attraverso una apparente sconfitta quale può essere la sofferenza e le tribolazioni della vita, con le quali siamo chiamati a seguire il Signore sulla via che porta sì alla risurrezione. Allora diventa facile "annacquare" la croce di Cristo, riducendola a poesia, sentimento, emozione, simbolo, senza prenderla sul serio per quello che è stata veramente, così da sentirsi poi autorizzati ad annacquare anche le nostre croci, autorizzati a evitarle a tutti i costi, se è possibile, a scaricarle sugli altri. «Se sei Figlio di Dio, scendi dalla croce, e ti crederemo» urlavano sul Calvario a Gesù crocifisso i suoi crocifissori; «Se sei Figlio di Dio, fammi scendere dalla mia croce, perché io non la voglio, come invece l'hai voluta tu!», gli ripetiamo spesso noi, accecati dallo scandalo e dal rifiuto.

Ma la croce è anche stoltezza per i pagani, per i pagani di allora, quando scriveva san Paolo, e per i pagani di oggi. Stoltezza è sinonimo di follia, di non senso, e questo lo si comprende se consideriamo che cosa insegna la croce di Cristo al vero cristiano: umiltà, sacrificio, pazienza, amore disinteressato, donazione, perdono. Ma tutto ciò è sempre stato considerato per l'appunto stoltezza e stupidità dal mondo pagano di ogni tempo, la cui "sapienza" è semmai l'esatto opposto di quanto ci dice la croce di Cristo con la sua "follia": non l'umiltà, ma la superbia e l'orgoglio, la carriera e i primi posti; non il sacrificio, ma la furbizia, il disimpegno, i propri comodi e il proprio interesse; non il perdono ma la vendetta, la violenza e il farsi valere a tutti i costi; non l'amore e la donazione, ma l'egoismo e l'attaccamento ai beni materiali. Insomma, per il mondo pagano stoltezza è accettare un Dio che propone la croce come stile di vita; sapienza è rifiutare questo Dio, perché troppo esigente e troppo scomodo.

Davanti alla croce, che campeggia nel Venerdì santo, non dobbiamo ricercare solo commozioni passeggere o sentimentalismi lacrimosi, dovremmo sentire invece un po' di disagio interiore: è il disagio tipico di chi davanti alla passione di Cristo non si lava le mani dicendo: «Questo è un affare che non mi tocca!», ma sa accogliere con coraggio e cristiana serietà la proposta del Salvatore, la proposta di ogni Venerdì santo: abbracciare la sua stessa croce per vivere della sua stessa vita!

 

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